ALEXANDER MCQUEEN: Savage BeautyALEXANDER MCQUEEN: Savage Beauty - ElectroMode ElectroMode

ALEXANDER MCQUEEN: Savage BeautyALEXANDER MCQUEEN: Savage Beauty

giugno 16, 2011

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Alexander McQueen with Skull – ph. Tim Walker – Vogue UK – 2009

Un romantico intriso degli umori neri della letteratura gotico-vittoriana, un nazionalista innamorato della natura, un artista che usava come mezzo espressivo la moda sovvertendone i dettami: Lee Alexander McQueen era questo e infinitamente altro. A poco più di un anno dalla scomparsa, l’opera e il pensiero rivivono nell’imperdibile retrospettiva dedicata dal Metropolitan Museum di New York e visitabile fino al 7 agosto.
Organizzata dal curatore del Costume Institute, Andrew Bolton, con il supporto di Harold Koda e gli allestimenti di Sam Gainsbury e Joseph Bennett (scenografi delle sfilate di McQueen), Savage Beauty si snoda in 6 sezioni che ruotano attorno all’indole romantica del designer inglese, di cui vengono indagati i molteplici aspetti attraverso 100 outfit e 70 accessori.
In una carrellata che raccoglie le meraviglie di 19 anni di carriera, a partire da quelle di Jack The Ripper Stalks His Victims (collezione di diploma alla Central Saint Martins , 1992, interamente acquistata all’epoca dalla mentore Isabella Blow), riemerge il ricordo di alcune tra le sfilate più stupefacenti, vere e proprie performance cui si partecipava certi di essere trasportati nei “luoghi” sconosciuti e sempre nuovi del complesso universo interiore dello stilista. Ed è forse questo a mancare più di tutto a coloro che hanno seguito e amato il suo lavoro: il messaggio, la provocazione mai fine a se stessa (l’evocazione del genocidio scozzese, la riflessione sulla bellezza al di là dei canoni, l’incredibile profezia sull’involuzione umana) resa in modi spettacolari e incarnata nella narrazione, nel racconto originario, vibrante dietro quei capolavori di assoluta maestria sartoriale: dalla caduca magnificenza dell’abito ricoperto di fiori di seta e fiori freschi di Sarabande (p-e 2007) al completo effetto mutante di Plato’s Atlantis (p-e 2010), dal celebre Oyster Dress di Irere (p-e 2003) al vestito in piume d’anatra dorate di Angels and Demons (a-i 2010/11), frutto di un’innata predisposizione concretatasi alla “scuola” di Savile Row e giunta ai vertici della perfezione nel periodo Givenchy.
Alexander McQueen (British, 1969-2010): Dress, Sarabande, spring/summer 2007
Courtesy of The Metropolitan Museum of Art, Photograph © Sølve Sundsbø / Art + Commerce
Alexander McQueen (British, 1969-2010): Ensemble, Plato’s Atlantis, spring/summer 2010
Courtesy of The Metropolitan Museum of Art, Photograph © Sølve Sundsbø / Art + Commerce
Alexander McQueen (British, 1969-2010): Dress, Irere, spring/summer 2003
Courtesy of The Metropolitan Museum of Art, Photograph © Sølve Sundsbø / Art + Commerce
Alexander McQueen (British, 1969-2010): Dress, autumn/winter 2010
Courtesy of The Metropolitan Museum of Art, Photograph © Sølve Sundsbø / Art + Commerce
Non a caso Lee affermava: “Bisogna conoscere le regole per infrangerle. Sono qui per questo, demolire le regole ma conservare la tradizione”. Una dichiarazione d’intenti perfettamente in linea con i tanti contrasti di quell’attitudine punk-romantica, culminante nel concetto di sublime e nella dialettica bellezza-orrore di collezioni come # 13 (p-e 1999), VOSS (p-e 2001), Irere o Plato’s Atlantis.
E se The Cabinet of Curiosities, la sala strutturata alla maniera dei gabinetti delle curiosità di Settecento e Ottocento, espone come mirabilia gli accessori e alcune tra le poliedriche fonti d’ispirazione (dal cinema* all’arte*, dalla televisione* ai trucchi teatrali di fine Ottocento, come il Pepper’s Ghost, ispiratore del finale fantasmatico di Widows of Culloden),
Gallery View – Cabinet of Curiosities. Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

una teoria di gallerie ricoperte di cemento grezzo, specchi, intarsi lignei o metallo arrugginito fa da teatro a un pellegrinaggio quasi spirituale, che va dal gotico alla Edgar Allan Poe al legame patriottico con la Scozia – espresso in modo forte e provocatorio in Highland Rape (a-i 1995/96) e in modo delicato e malinconico in Widows of Culloden (a-i 2006/07)  -, incredibilmente coesistente con l’amore per Londra e con la fascinazione per la storia inglese, omaggiata in una delle sue sfilate più belle e poetiche, The Girl Who Lived In The Tree (a-i 2008/09);

Gallery View – Romantic Nationalism (Left). Courtesy of The Metropolitan Museum of Art
Gallery View – Romantic Nationalism, Highland Rape. Courtesy of The Metropolitan Museum of Art
Gallery View – Romantic Nationalism (Right). Courtesy of The Metropolitan Museum of Art
una sequenza che prosegue addentrandosi nell’esotismo – l’attrazione per Giappone, Cina, India, Africa, Turchia  – e nel primitivismo di Eshu (a-i 2000/01) e Irere, per giungere alla venerazione della maestosa crudezza della natura e della sua imprevedibilità, esaltata nel testamento stilistico, Plato’s Atlantis, una sorprendente parabola in cui s’immagina un ritorno dell’umanità a una primigenia quanto futuristica vita acquatica.
Per Lee Alexander McQueen la bellezza si nascondeva ovunque, anche in ciò che comunemente viene percepito come spaventoso (“La bellezza può venire dai luoghi più strani, perfino dai luoghi più disgustosi”), nei più oscuri recessi della mente, nell’orrido come veicolo di sublime, nel grottesco e nella morte, esito naturale dell’esistenza e pensiero struggentemente dolce: “È importante guardare la morte perché è una parte della vita. È una cosa triste, malinconica ma romantica al tempo stesso. È la fine di un ciclo, ogni cosa deve finire. Il ciclo della vita è positivo perché dà spazio alle cose nuove”. Ipse dixit.



* Tra le fonti d’ispirazione cinematografiche: Alfred Hitchcock (The Birds, p-e 1995; The Man Who Knew Too Much, a-i 2005/06), Tim Burton (Supercalifragilistic, a-i 2002/03), They Shoot Horses Don’t They? di Sidney Pollack (Deliverance, p-e 2004), Harry Potter and the Sorcerer’s Stone di Chris Columbus (It’s Only a Game, p-e 2005), Picnic at Hanging Rock di Peter Weir (It’s Only a Game, p-e 2005), Stanley Kubrick con Shining (The Overlook, a-i 1999/2000) e Barry Lindon (Sarabande, p-e 2007).
* Tra le fonti d’ispirazione artistiche: Hans Bellmer ( La Poupée, p-e 1997), Arts and Crafts Movement (# 13, p-e 1999), Rebecca Horn (vedi Shalom Harlow e l’abito decorato da due robot telecomandati in # 13, p-e 1999), Joel-Peter Witkin e la sua opera Sanitarium (VOSS, p-e 2001), Goya (Sarabande, p-e 2007), l’Arte Bizantina, Grinling Gibbons, Jean Fouquet, Stephan Lochner, Sandro Botticelli, Jean Hey, i Pittori Fiamminghi e in particolare Hieronymus Bosch (Angels and Demons, a-i 2010/11).
* Secondo un famoso aneddoto, McQueen avrebbe addirittura tratto ispirazione dal maglione verde indossato dal personaggio di Joey in una puntata del serial Friends.

 

Nel seguente filmato, presente anche nel blog dedicato a Savage Beauty sul sito del Metropolitan Museum, Andrew Bolton illustra i temi della mostra.

 

 

 

 

 

 

 

 



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