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dicembre 16, 2014

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“What a fucking festival!”. A confidarmi le sue impressioni non è uno dei tanti buontemponi britannici che hanno invaso Rovigno in cerca di relax, sbornie (più o meno) a buon mercato e tanta buona musica. È Hugo Capablanca, mente della label Discos Capablanca, resident del Zur Wilden Renate, coautore assieme a Marc Piñol del progetto C.P.I..

Zazzera riccioluta in parte coperta da un cappello da nostromo, impermeabile leggero e occhio provato dai fiumi di vodka ingeriti nel corso della nottata, Capablanca è l’emblema di una rassegna – l’Unknown – sorprendente, eclettica, coinvolgente.

Quando Hugo, sorridente e con il braccio destro impegnato a descrivere traiettorie circolari, mi sussurra: “What a fucking festival!”, non mi sta rilasciando un’intervista ufficiale, seduto comodamente nell’area stampa. È in mezzo al pubblico, ha dismesso i panni del dj ex cathedra e gode con altri sconosciuti della musica messa su dai suoi colleghi Rub N Tug. La forza dell’Unknown si condensa in quest’immagine, nell’empatica atmosfera creatasi il penultimo giorno al Mad Ferret stage.

In fondo è tutta questione di good vibrations, come cantavano i Beach Boys. Di vibrazioni positive ce ne sono tante a Camp Amarin, malgrado la copiosa pioggia. Lo sa anche Jennifer Cardini, autrice di un set energico e muscolare (da segnalare pezzi da novanta come Spiral di Todd Terje, Sideral di Talaboman, Our Love di Caribou): “Thanks to all the people who danced under the rain! Really enjoyed it”.

Il maltempo rovina un po’ i piani. Se uno va al Glastonbury, lo mette in conto di convivere con il fango. Non così in Croazia. La speranza d’immergersi di tanto in tanto nelle acque cristalline dell’Istria al ritmo di corposi beat electro sfuma velocemente. Certo, ci sono i party pomeridiani sulla barca o sull’isola. Ma, per vari motivi (tra cui anche quelli meteorologici), non riesco ad accedervi. In realtà non è una grande perdita, perché – a differenza del Calvi on the Rocks – non è la dimensione marina e pomeridiana a prevalere. È quella notturna da clubbing all’aperto, supportata dalla straordinaria presenza di contorno del mare e di una fitta vegetazione arborifera.

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Sgombriamo immediatamente ogni tipo di dubbio: l’Unknown è un signor festival. La location è meravigliosa, l’offerta musicale è ampia, varia e di alta qualità, il pubblico è folle e dionisiaco quanto basta. Soprattutto il pubblico è – per gran parte – musicalmente consapevole. Lo so, qualcosa difficile da immaginare se lo standard è il clubber medio italiano. Da rivedere solo alcuni aspetti organizzativi: perché, per esempio, non comunicare il programma dettagliato sera per sera?

Nella mia tre giorni di festival abbondano i momenti da ricordare: il live di Nile Rodgers con gli Chic è probabilmente l’evento più atteso, ma nella memoria – per quanto riguarda il main stage – rimane viva soprattutto l’esibizione dei Moderat, trascinati dal fresco vincitore del premio Piccioni Sascha Ring. Menzione speciale per i London Grammar e in particolare per la cover in versione soft e cantautoriale della kavinskiana Nightcall.

L’anima Unknown viene fuori con i dj set, affidati al gotha della musica elettronica contemporanea. Troppa bellezza che spesso richiede sacrifici, perché bisogna fare la spola tra un palco e l’altro: The Forest, Mad Ferret, Atlantis. Ogni scenario ha una propria identità, testimoniata dai diversi allestimenti scenografici. Una scelta azzeccata a sottolineare il connubio di arte e musica.

Il mio primo giorno è interamente consacrato al The Forest. Uno dopo l’altro salgono sul palco Erol Alkan, Daniel Avery, Dj Harvey, Optimo. Al set spinto e cupo di Avery fa da contrappunto la lezione di storia disco-electro impartita dal maestro Harvey. Due ore di musica raffinatissima, selezionata con cura dal nostro eroe. Ancora risuona nella mente il passaggio da Trommer Og Bass di Andre Bratten al classico Spacer Woman di Charlie. Ancora rimane impressa l’immagine di Harvey sorridente – di un sorriso equino – che osserva la folla in delirio sotto la pioggia incessante. È la chimica creata dalla sua musica, è la magia che pochi virtuosi riescono a evocare.

Il giorno successivo mi trasferisco al Mad Ferret, a parte una breve incursione al The Forest per ascoltare un saggio del talento di Jamie XX. Di Jennifer Cardini già si è detto. L’attesa è rivolta principalmente a due nomi caldi del panorama elettronico attuale. Il primo è Capablanca, relegato purtroppo in una fascia d’orario (le 20) che non gli garantisce la platea che merita. Il secondo è Red Axes, il duo israeliano preso sotto la propria ala protettiva appunto da Jennifer Cardini. I due ragazzi – autori di un notevole Lp pubblicato dalla label I’m A Cliché – sfoderano un set da annali, tutto basato su roba disco, nu-disco ed electro acida. Senza dubbio la più bella sorpresa dell’Unknown. La chiusura viene affidata – data anche la mancanza, ahimè, di Dj Koze – all’esperienza di Michael Mayer.

Del terzo e ultimo giorno ho già parlato in parte all’inizio del post. Il warm up della serata è affidato al viso tondeggiante da putto di Mano Le Tough. La curiosità per la performance del producer irlandese è tanta e non viene delusa, almeno per quanto concerne l’inclassificabilità e l’eclettismo del suo stile. Mi sposto al Mad Ferret, lasciando con un po’ di rammarico The Forest (pronto a essere illuminato dal b2b di Âme e Dixon) ed evitando intenzionalmente l’Atlantis e l’esibizione dei Simian Mobile Disco, nella paura che possano deludere come qualche anno fa a Roma. Il Mad Ferret si rivela la scelta giusta. Dietro la consolle gira parecchia vodka, i dj barcollano, si abbracciano, scattano foto, il pubblico gradisce. Soprattutto per la musica di alto livello. Se i Rub N Tug cacciano perle su perle omaggiando in particolare la scena disco e quella electro-house statunitense, Prins Thomas è capace di alzare ulteriormente la posta lanciando bombe a mano electro d’impatto immediato. Un’altra lezione di storia della musica elettronica. Un altro maestro.

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Sul set di Prins Thomas cala il sipario. Un finale perfetto, che rende meno amara la consapevolezza di dover rinunciare al gran finale dell’Unknown con Man Power, John Talabot, Dusky, Horse Meat Disco, Lord of the Isles, Jackmaster. Torno a casa sotto il cielo albeggiante, pronto a non chiudere occhio e a ripartire subito per l’Italia. Mi attende un matrimonio. Purtroppo anche una febbre.

Mai febbre è stata più lieta.

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“What a fucking festival!”. The guy, who confided his impressions to me, wasn’t one of the many British boozers who came to Rovinj in search of relax, drinks and great music. He was Hugo Capablanca, resident DJ by Zur Wilden Renate, founder of Discos Capablanca, coauthor of the project C.P.I. with Marc Piñol.

Capablanca wore a light coat and a boatswain cap, which covered in part his curly hair. His eyes spoke of rivers of vodka, swallowed during the night.

When Hugo, smiling and drawing circles with the right arm, told me: “What a fucking festival!”, he wasn’t granting any official interview. He wasn’t comfortably seated within the press area. He was in the midst of the audience, put aside his DJ role and enjoyed with other strangers the music played by his colleagues Rub N Tug. The Unknown’s strength is symbolized by this image, by the empathic atmosphere at Mad Ferret stage.

It’s all about good vibrations. In spite of the copious rain there were a lot of good vibrations at Camp Amarin. Jennifer Cardini, maker of a strong set (she played bomb-tracks like Spiral by Todd Terje, Sideral by Talaboman, Our Love by Caribou), knows that too when she writes on Twitter: “Thanks to all the people who danced under the rain! Really enjoyed it”.

Due to the rain the hope of diving into the crystalline Istrian waters in the rythm of electro beats faded. There were the island and boat parties indeed. However I couldn’t enter them for a whole string of problems. Actually it wasn’t a big loss, because the Unknown – unlike the Calvi on the Rocks – doesn’t put the marine and afternoon dimension first. The sea and the extraordinary thick full of trees vegetation were the perfect backdrop for the nocturnal outdoors clubbing dimension.

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Let’s say it: the Unknown is a great festival. The location was marvellous, the “musical package” ample, varied, high on quality, the audience crazy and musically aware. Just some organisational aspects should be rethought: why, for example, didn’t the Unknown staff make public the timetable night by night?

In my festival-three days there were a lot of moments to recall: as far as live sets are concerned, the Chic featuring Nile Rodgers concert was probably the most-awaited event, but the best performance was given by Moderat. Their set was powerful, melodic, refined; strong like a tiger, elegant like a swan. Hands up for London Grammar too and above all for their soft version of Nightcall.

Nevertheless, the best part of Unknown was given by dj-sets. I had to go back and forth between one stage and another: The Forest, Mad Ferret, Atlantis. Every stage had its own identity, proved by different scenic designs.

I spent my first night at The Forest. One by one Erol Alkan, Daniel Avery, Dj Harvey and Optimo got on the stage. Avery’s set was dark, Harvey instead handed out happiness with his lesson of disco-electro history. The transition from Trommer Og Bass by Andre Bratten to Spacer Woman by Charlie is playing again in the ears. And again the image of Harvey smiling and observing the delirious crowd under the rain sticks in the mind. It’s all about the magic created by his music.

The following night I moved to Mad Ferret, except a short visit to The Forest for the Jamie XX’s exhibition. I looked forward to listening to two talented outsiders of current electronic world. The first one was Capablanca, relegated to an unfavourable time slot (at 8 pm); the second one was Red Axes, the Israelian duo strongly sponsored by Jennifer Cardini. The two guys – authors of a massive Lp, published by I’m A Cliché – did a great set, founded entirely on disco, nu-disco and acid electro stuff. They’ve been the big surprise of Unknown.

The third night began with Mano Le Tough. The Irish producer has been one of the big things of the electronic music over the last years. His set – unclassifiable and eclectic – confirmed the expectations (he closed with the gorgeous Caribou’s Can’t Do Without You, remixed by himself and Tale of Us). Then I moved to Mad Ferret, renouncing reluctantly the Âme – Dixon b2b and avoiding intentionally the Simian Mobile Disco performance at Atlantis, mindful of one of their gigs in Rome some years ago. At Mad Ferret behind the stage vodka battles abounded, the DJs staggered, hugged, took photos. The audience enjoyed it, above all for the high quality music. Rub N Tug played rare tracks paying homage to the American disco and electro-house scene; Prins Thomas upped the ante with massive electro synth-bombs. Prins Thomas – like Dj Harvey – is a master. He did another lesson of electronic music history.

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With Prins Thomas’ set my festival was over. A perfect end, which diminished the disappointment for the absence at the Unknown final day with Man Power, John Talabot, Dusky, Horse Meat Disco, Lord of the Isles, Jackmaster. I had to come back in Italy because of a wedding. My comeback coincided with a fever. The most welcome fever of my life.

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